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Il sole, quel giorno, aveva la consistenza del miele colato sulle colline della Tracia, una luce densa che sembrava voler trattenere il tempo. Orfeo non era ancora il mito che conosciamo; era solo un ragazzo con le dita troppo lunghe e il cuore troppo pieno. Guardava la sua lira con un misto di devozione e risentimento: lo strumento, dono degli dei, pesava sulle sue ginocchia come un segreto che non riusciva a pronunciare. Dentro di sé sentiva una sinfonia maestosa, un ronzio costante di vita, ma quando provava a tradurlo in musica, le sue mani balbettavano note incerte, frammenti di un discorso interrotto. Si sentiva un custode indegno, un ponte spezzato tra il cielo e la terra.
Quel pomeriggio, si rifugiò sulla riva del Peneo. Cercava nel mormorio dell'acqua una risposta che non arrivava. Si sedette dove il fango è più fresco, lasciando che le caviglie venissero lambite dalla corrente. Chiuse gli occhi, non per concentrarsi, ma per arrendersi. E in quella resa, qualcosa accadde. Le dita iniziarono a muoversi senza l'ansia della perfezione; non cercavano più di dominare le corde, ma di assecondarle.
La musica cambiò. Non fu un'esplosione, ma un'inclinazione dolce della luce. Il suono si fece imbevuto del profumo del timo selvatico e del ronzio delle api. Orfeo sentì un calore strano espandersi nel petto, come se una diga interiore si fosse finalmente incrinata, lasciando fluire un fiume di suoni che non erano più solo "suoi", ma appartenevano al respiro stesso della valle. Le lacrime gli punsero gli occhi, una gioia liberatoria, quasi dolorosa, mentre si accorgeva che il mondo intorno a lui era ammutolito per ascoltare. Gli uccelli restavano sospesi sui rami, il vento smise di tormentare le foglie e persino il Peneo parve rallentare la sua corsa per non perdere un singolo accordo.
Fu in quel silenzio incantato che la vide.
Euridice non arrivò con fragore, ma come un respiro aggiunto all'aria. Era sulla sponda opposta, i piedi nudi che sfioravano l'erba con una delicatezza tale da non piegare uno stelo. Aveva i capelli color delle castagne mature e occhi di un verde profondo, come foglie bagnate di rugiada. In quello sguardo, Orfeo non trovò curiosità, ma un riconoscimento. Era come se lei fosse stata evocata da quella musica, o come se fosse sempre stata lì, in attesa di una frequenza che solo la sua anima poteva emettere.
Orfeo smise di suonare. Le dita rimasero posate sulle corde ancora vibranti, mentre il suo cuore prendeva a battere un ritmo più selvaggio di qualsiasi melodia. Lei attraversò il fiume, camminando su pietre lisce che parevano offrirsi come un ponte invisibile. Quando gli fu vicina, la sua ombra si fuse con quella di lui sulla terra umida.
"La tua musica..." sussurrò lei, e la sua voce aveva il fruscio malinconico delle foglie d'autunno. "Non ho mai sentito nulla di simile."
Orfeo non rispose con le parole, non ne aveva. Si limitò a guardarla, comprendendo che da quel momento ogni sua nota sarebbe stata un tributo a quel volto. Iniziò così un idillio fatto di passi condivisi e silenzi densi di significato. Le loro mani impararono a cercarsi tra le canne del fiume, mentre Orfeo le mostrava i nidi nascosti e lei gli svelava i canti segreti delle ninfe.
La loro giovinezza fioriva in una pace che pareva indistruttibile. Ogni melodia di Orfeo era ormai impregnata della presenza di Euridice, del suo sorriso, della luce nei suoi occhi. Non era più solo il cantore delle pietre; era diventato il custode di una bellezza fragile, un uomo che viveva in un canto perpetuo, ignorando che il destino, come un tessitore silenzioso tra le ombre del futuro, stava già preparando la trama che avrebbe messo alla prova quella loro felicità così piena e, proprio per questo, così fragile.